L’unione sacra di donna e uomo: il teatro come atto di spirito Incontro con Carla Robertson e Fiore Zulli di Teatro Simurgh

Uno dei punti centrali nel lavoro del TEATRO Simurgh è la ricerca dell’attore nella sua accezione più antica, cioè di qualcuno capace di compiere azioni vive ed evocative attraverso la parola, la danza, la musica, il canto e ogni altro strumento della sua arte, in qualsiasi situazione. Questo Attore sente il ritmo, ogni volta diverso, del pubblico che ha di fronte, lo prende per mano e lo guida delicatamente al viaggio che lo spettacolo propone ed evoca all’immaginazione. Non si rivolge mai direttamente alla mente dello spettatore, ma utilizza sapientemente ogni vibrazione del corpo, cui lo spettatore risponde in modo naturale. Egli comunica prima e aldilà della parola e ottiene così la nostra attenzione. Negli spettacoli e nei laboratori di Teatro Simurgh sono sempre presenti elementi di antiche Tradizioni, tratti da testi sapienziali, dalle danze, canti e musiche di diverse culture del mondo, fino all’utilizzo di maschere tradizionali (Asia, Africa e Sudamerica) come strumenti di comprensione della codificazione del gesto evocativo.

Negli ultimi due decenni la storia e la ricerca artistica di Teatro Simurgh si è snodata nel continente sudamericano, sia nei luoghi consueti del teatro che in contesti inediti, a contatto con le comunità indigene delle più isolate etnie sudamericane dove la comunicazione con il pubblico era affidata quasi esclusivamente al linguaggio del corpo scenico. Qui, come nelle epoche perdute della memoria in cui il riferimento principale della Vita era la grande Tradizione Orale dei Miti, c’erano bambini e ragazzi seduti insieme, in cerchio, ad ascoltare un narratore iniziato al significato segreto di quei “racconti misteriosi” che, detti con appropriata Arte, avevano il potere di svegliare la coscienza delle nuove generazioni, alla comprensione pratica delle leggi universali della vita e dello sviluppo interiore dell’essere umano.

La ricerca dell’unione sacra sarà evocata dalle parole e dal canto di Madame Aissata, la signora dei matrimoni, narratrice e cantatrice di leggende ed epopee di molte genti africane, invitata d’onore alla vigilia delle nozze di due giovani di nobile stirpe della città di Bandiagara, nel Malì per parlare alla coppia di fidanzati del significato profondo dell’unione di donna e uomo

Madame Aissata è… “Una Sherazade africana che ci trasporta

in un mondo magico e reale al contempo,

per sanare ancora una volta, con amore ed umorismo,

la mente, il cuore e il corpo

di quel Re frammentato che si agita senza meta

in ogni uomo e ogni donna del nostro tempo”.

Nella tradizione islamica il Sìmurgh rappresenta simbolicamente non solo la manifestazione della divinità, ma è anche il simbolo dell’Io occulto. Il nome del Teatro di Fiore Zulli e Carla Robertson viene dal libro Il verbo degli uccelli del poeta mistico Sufi del XII secolo, il persiano Farid ad-Din Attar. In questo libro, centomila volatili di tutte le specie, riuniti in convegno, scelgono come Re il favoloso uccello Sìmurgh e decidono di raggiungere la sua corte. Intraprendono cosí il viaggio, ma solo trenta di loro riescono ad arrivare a destinazione dopo aver attraversato le sette valli lungo cui si snoda la mistica via, una rappresentazione simbolica degli stadi attraverso cui l’anima, con costante progressione, attinge la perfezione divina. Il Sî Murg (che significa “il trenta uccelli”) risulta essere in realtà lo specchio dove si vedranno riflessi quei trenta che arrivano alla sua corte, scoprendo alla fine che il Sìmurgh sono loro stessi.

Queste le parole con cui il poeta, nell’epilogo della sua opera esorta i lettori a rileggere più volte i suoi versi perché:

i figli dell’illusione sono naufragati nella musica dei miei versi, ma i figli della realtà hanno penetrato i miei segreti