Fonte: link al sito web teatroorsogna.it

Intervistiamo Fiore Zulli, regista e attore della compagnia Teatro Simurgh, che porterà in scena al Teatro Comunale di Orsogna lo spettacolo “Cantores” il 28 marzo prossimo alle ore 21. Uno spettacolo che rappresenta un viaggio in musica attraverso le diverse ere, tradizioni e culture del Mondo.

Signor Zulli, la Sua compagnia di teatro si chiama Teatro Simurgh, da dove ha origine questo nome?

Il Simurgh ha un simbolismo molto ricco nel pensiero dei mistici e nella letteratura persiana. Nelle fonti mitologiche più antiche di questa tradizione è il nome dato a una categoria di uccelli mitici possessori ed elargitori dei poteri divini della creazione e della guarigione. In epoca islamica, il Simurgh rappresenta simbolicamente non solo la manifestazione della divinità, ma è anche il simbolo dell’Io occulto. Così il nome del nostro teatro viene dal libro “Il verbo degli uccelli” del poeta mistico Sufi del XII secolo, il persiano Farid ad-Din Attar. In questo libro, centomila volatili di tutte le specie, riuniti in convegno, scelgono come Re il favoloso uccello Simurgh e decidono di raggiungere la sua corte. Intraprendono così il viaggio, ma solo trenta di loro riescono ad arrivare a destinazione dopo aver attraversato le sette valli lungo cui si snoda la mistica via, una rappresentazione simbolica degli stadi attraverso cui l’anima, con costante progressione, attinge la perfezione divina. Il Sî Murg (che significa “il trenta uccelli”) risulta essere in realtà lo specchio dove si vedranno riflessi quei trenta che arrivano alla sua corte, scoprendo alla fine che il Simurgh sono loro stessi.

Come ha iniziato a fare teatro? Sapeva fin dall’inizio che questa sarebbe stata la sua professione? Recitare è sempre stata la sua passione?

Non sapevo affatto che questa sarebbe stata la mia professione. In realtà non lo avrei mai immaginato. Poi, mentre studiavo a Roma alla Facoltà di Lettere e Filosofia, feci un seminario con la famosa attrice francese Annie Girardot, che alla fine mi disse: “Tu devi fare l’attore, altrimenti sarai infelice!”. La presi in parola, mi misi a studiare con passione e negli anni seguenti tentai di integrarmi nel sistema del teatro italiano, ma la cosa non mi riusciva bene, non mi sentivo contento, sentivo un fortissimo desiderio di viaggio, inteso sia come viaggio interiore sia come viaggio nello spazio. Dopo aver passato tra il ’93 e il ‘94, circa sei mesi in India a studiare forme di teatro e danze antichissime, a gennaio del 1995 fui invitato in Bolivia per una collaborazione artistica e dopo pochi mesi capii che lì avrei avuto modo di realizzare quello che stavo sognando di fare, e che in Italia non mi era possibile. Potevo portare il teatro in ambiti dove di solito il teatro non andava, potevo trovarmi in realtà ricche di etnie e di diversità che mi obbligavano a pormi domande concrete sul significato profondo del teatro e sulle possibilità del suo linguaggio, davanti a pubblici che spesso parlavano solo lingue indigene. Abbiamo così potuto fare diversi anni di viaggi e di studi tra le Ande, il Gran Chaco e l’Amazzonia, abbiamo fatto laboratori con popolazioni tra loro diversissime e ci siamo arricchiti di esperienze, anche “metateatrali”, straordinarie.

Nello spettacolo che porterà a Orsogna, “Cantores”, si possono trovare una serie di tradizioni teatrali tra loro diversissime, che cosa vuole comunicare attraverso il suo spettacolo?

Lasciami fare un’introduzione: il teatro oggi lo conosciamo come un’attività performativa, ma in realtà nasce come veicolo primordiale di trasmissione del sapere. Attraverso l’arte della rappresentazione scenica si trasmette la conoscenza, che spesso è una conoscenza sacra, misterica. Per questo nei libri di storia si dice che il teatro, nasce dal rito. In altre parole esistevano individui iniziati a una certa conoscenza esoterica i quali utilizzavano il linguaggio del corpo, la voce, il ritmo per comunicare in forma simbolica ed allegorica agli allievi certe leggi oggettive e universali che governano la vita interiore dell’essere umano e ne determinano sia la coscienza che la maggiore o minore qualità della vita sociale. L’azione teatrale ha dunque, agli albori della storia umana, lo scopo di ciò che potremmo chiamare “una narrazione dell’essere”, e questa narrazione era affidata in principio sempre al canto e alla danza.

Poi il concetto di teatro si andò trasformando nei secoli, “secolarizzandosi” appunto, e ai tempi dell’antica Grecia divenne un’Agorà, un momento cioè d’incontro sociale e una sorta di luogo in cui scambiare idee, riaffermare identità culturali e fare politica.

Per assolvere quindi le molteplici funzioni di cui si fa carico nel tempo, il teatro diventa anche parola e ingloba sempre più forme di espressione fino a diventare un’arte che può servirsi di tante altre discipline artistiche. Ma è importante a mio avviso essere consapevoli che il teatro, così come tutte le altre arti, si regge sulle stesse leggi di tempo, ritmo e armonia su cui si regge la musica. Per questo si dice che la musica è la regina delle arti.

Tornando a noi, direi che Cantores è uno spettacolo nato dalle varie esperienze che abbiamo fatto nei diversi viaggi e di esplorazione. L’attrice Carla Robertson (che è anche mia moglie) ed io, ci siamo dunque trovati a creare uno spettacolo partendo dal materiale che avevamo raccolto durante anni di studi e ricerche sul campo. Una notevole quantità di canti tradizionali, di studi antropologici e d’incontri culturali hanno ispirato e nutrito il risultato teatrale. All’inizio si pensava a un semplice spettacolo di canzoni, ma poi ci siamo accorti che dietro ad ogni canzone vi era una storia, un racconto di un’epoca o di un luogo diverso, echi di diverse umanità.

Nelle canzoni dunque abbiamo trovato gli spunti per scrivere dei testi, e alla fine lo spettacolo è divenuto una sorta di viaggio virtuale per i quattro continenti attraverso il canto e la narrazione. Due attori sul palco che utilizzano percussioni e costumi tradizionali e cantano in quattordici lingue diverse, in cui ogni canzone è un pretesto per raccontare una storia e ogni storia è un pretesto per cantare una canzone. Ma tutti questi uomini e donne narrati in “Cantores” rappresentano sempre la stessa natura essenziale dell’umanità. Ed è proprio questa essenzialità, in cui risiedono la coscienza e il sacro sentimento della solidarietà, ciò che in verità accomuna l’essere umano dovunque si trovi. La consapevolezza cioè che, nonostante le diversità, siamo parte integrante del tutto, e non siamo separati mai dal mondo che ci circonda.

Come vede lei il teatro oggi? Quali sono le sue prospettive e i maggiori pericoli che si trova ad affrontare?

In America Latina e in Europa i teatri ufficiali oggi si riempiono troppo spesso con spettacoli di taglio televisivo, dove al pubblico viene offerto un prodotto di consumo disimpegnato in cui perfino la satira non è più che un motteggio innocuo del potere. Poi c’è l’ambito del teatro d’autore, a sfondo sociale, in cui si raccontano e denunciano i mali del mondo, si rievocano guerre, repressioni e violenze di ogni genere. Un teatro, quindi, impegnato ad attirare l’attenzione del pubblico su temi più profondi a livello emozionale. Ho visto però molto spesso a teatro compagnie rappresentare sul palco le stesse violenze che vorrebbero denunciare e combattere. Invece nel teatro che io considero “Vivente”, vige una regola fondamentale sintetizzata nella frase: “sulla scena la guerra si combatte a passo di danza”. Per far riflettere davvero sulla disarmonia della violenza, per farla davvero aborrire dal pubblico, non puoi rappresentarla tale e quale si manifesta nella vita ordinaria. Ho visto moltissimi attori e registi a teatro cadere in questa trappola. Bisogna stare molto attenti, osservare bene se stessi per evitare di cadere in questo errore. Se a teatro si deve necessariamente rappresentare un atto violento, dobbiamo trovare il modo di evocarlo attraverso qualche stratagemma scenico fondamentalmente non violento. E se è vero che il teatro alla fine è sempre un atto politico, è anche vero che è uno strumento di sublime poesia, e dovrebbe per questo occuparsi di cose alte.

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Lei ha lavorato per anni in America Latina. Che cosa si aspetta dalla sua esperienza qui in Italia?

Quello che vorremmo fare è portare anche qui quanto abbiamo imparato in America Latina: a Quito abbiamo collaborato con l’Università Cattolica dell’Ecuador dal 2008 al 2012. Ci hanno dato uno spazio autonomo ed eravamo completamente indipendenti. L’unica cosa che dovevamo fare era organizzare degli spettacoli, concerti o incontri periodici per gli studenti. Vorremmo portare questa libertà anche qui: fare teatro è divertirsi. I giovani oggi, spesso non conoscono le potenzialità del teatro, e ancor più spesso hanno un’idea equivocata di che cosa sia fare teatro. Stiamo, ad esempio, realizzando dei laboratori teatrali con gli studenti delle scuole medie superiori, dal titolo “L’arte di non sapere. (Il teatro nella vita e la vita nel teatro)”. Si cerca di recuperare attraverso degli esercizi sul palco la funzione primigenia del teatro: quella di riuscire a far nascere nei ragazzi la capacità di osservare la realtà per riuscire poi a osservare se stessi. Questo è l’allenamento dell’attore.

Cosa ne pensa del teatro come veicolo d’integrazione e di divulgazione di culture diverse? E’ possibile superare la paura del diverso attraverso la sua rappresentazione?

La domanda contiene già la risposta: la paura del diverso deriva dalla sua non conoscenza. Se io conosco qualcosa o qualcuno non ne ho paura, so come trattarlo. Come diceva Peter Gabriel in “Mother of violence” una sua grandissima canzone del 1978, “la paura è la madre della violenza”. La paura è un’emozione negativa, non porta a nulla di positivo, è completamente sterile. Il teatro invece ci può portare a considerare un’altra parola, una parola analoga ma molto più mistica: il timore. Il timore evoca un sentimento di rispetto per ciò che ancora non si conosce, per l’invisibile. È un impulso positivo che conduce l’uomo verso umiltà e quindi apre le porte alla conoscenza. Socrate diceva: “Io so di non sapere”, ecco, questo è un paradigma straordinario, uno stato di coscienza che possiamo applicare a tutto nella vita. E questo è anche ciò che la pratica del teatro ci può insegnare: osservare e non giudicare. Si tratta infine di un movimento interiore che apre la mente e ci aiuta a superare certamente la paura del diverso.

Se un giovane volesse affacciarsi alla professione teatrale oggi, quali consigli vorrebbe dargli?

Io consiglierei ai giovani che hanno intenzione di dedicarsi al teatro di soffermarsi sulle motivazioni che si hanno dentro di se. È essenziale chiedersi: “Cosa mi spinge a fare teatro?” Ovvero: “Mi attrae il teatro come un modo si rifugiarmi nell’immaginazione perché trovo la vita reale poco interessante, o mi attrae il teatro solo in quanto strumento di osservazione proprio perché il mio vero interesse è la vita reale? Poi darei anche tutti gli altri consigli che darebbe qualunque professionista serio del teatro: studiare sempre, non risparmiarsi, lavorare ogni giorno. Fare teatro è un bisogno interiore, è qualcosa che ti nasce dentro, attraverso una rappresentazione non puoi cambiare il mondo, ma con il teatro puoi cambiare te stesso, e se cambi te stesso puoi riuscire ad instillare dei semi anche negli altri. E’ un lavoro piccolo in cui i risultati non si vedono se non con il tempo. Ad esempio, la settimana prossima incontreremo 350 studenti, se tra questi anche solo dieci o quindici cominceranno a prendere in considerazione nella loro vita quotidiana alcune riflessioni su quanto hanno vissuto nel nostro workshop/spettacolo “L’arte di non sapere”, per noi sarebbe già un risultato concreto.

Come dice il Krishna nel Bhagavad Gita, “Bisogna imparare ad agire in modo distaccato, essere capaci di rinunciare al frutto delle proprie azioni”. Chi fa teatro deve concentrarsi nel Lavoro, e non dipendere dal risultato che il suo spettacolo otterrà negli spettatori. E’ molto difficile, per un attore, un regista, è un anelito, un ideale da conseguire. E’ un cammino duro, di sofferenza cosciente, che si basa su una cosa: esiste una meta ideale, e so che io voglio raggiungerla. E un po’ come i trenta uccelli alla ricerca del Simurgh, alla fine del viaggio, quello che ritrovi è il tuo vero volto riflesso.