La galleria del viaggio

Frammenti degli appunti sul viaggio di un mese fra le comunità dei Chiquitanos della zona di Lomerìo, nel Departamento di Santa Cruz de la Sierra – Bolivia, nel gennaio/febbraio del 2000.

 

[…] Il semplice fatto di arrivare, scendere dalla macchina, osservare il luogo e parlare tra noi, era già un primo spettacolo per la comunità, specialmente in quelle più isolate. Ci guardavano prima da lontano, e solo quando veniva a riceverci la persona incaricata di occuparsi delle nostre esigenze tecniche, cominciavano ad avvicinarsi.

Prima di tutti lo facevano i bambini, che dopo aver preso confidenza con i nostri modi per loro così insoliti, prendevano d’assalto la Toyota Land Cruiser e vi si arrampicavano come scimmie guardando tutto quello che c’era dentro, mentre noi eravamo intenti a scaricare e preparare il materiale.

La maniera in cui quei bambini osservavano cose e persone nuove ci poneva di fronte a un livello di apertura straordinario che ci offriva molte opportunità di compiere azioni comunicative. In realtà si trattava della disposizione che l’essere umano ha per natura ancestrale di fronte a qualsiasi possibilità di apprendimento quando non è ancora contaminato da tutte le influenze ed elementi di distrazione e distruzione che inondano le menti dei bambini che vivono sotto il dominio dei mezzi di comunicazione di massa. Fu possibile lavorare con alunni completamente privi di chisure o pregiudizi verso le nostre azioni. L’unico ostacolo che dovevamo affrontare era la loro paura iniziale di fronte al “mai visto prima”; un timore che però si trasformava presto in una scarica di adrenalina che accendeva la scintilla del gioco con gli attori.

Questi bambini, a differenza dei bambini urbanizzati, sono abituati al silenzio. Sono un foglio bianco sul quale si possono riscrivere le regole di una nuova educazione o, al contrario, continuare a macchiarlo con le tinte marce di un’educazione che obbedisce alle leggi del commercio e che riempie di rumori caotici le menti delle future generazioni.

Ci mettevamo d’accordo con i professori avvisandoli che all’ora di uscita avremmo iniziato le nostre “attività” davanti alla scuola affinchè gli alunni potessero vederci.

Intorno alle undici ci mettevamo i trampoli e cominciavamo a fare esercizi tra di noi come se stessimo da soli. I ragazzi (che già aspettavano impazienti il momento, poichè avevano visto i nostri preparativi durante la loro pausa di ricreazione) si sedevano ordinatamente a guardarci in silenzio. Poco a poco gli esercizi degli attori si trasformavano in improvvisazioni che provocavano reazioni di ilarità fra gli spettatori. Quello era il segnale al quale gli attori cominciavano a coinvolgere i bambini e i ragazzi nelle improvvisazioni. Era il momento in cui il livello di attenzione, la capacità di intuizione e la creatività degli attori era sottoposta alla più dura prova. Si trattava di agire organicamente in tutti i sensi, per evitare che i ragazzi si sentissero forzati a “fare qualcosa”. Così si facevano prima dei piccoli tentativi per guadagnarsi la complicità di qualche spettatore, finchè arrivava il momento in cui uno dei personaggi dell’improvvisazione riusciva a farsi seguire da un gruppo di alunni in un’azione precisa. Immediatamente gli altri personaggi formavano altre “squadre” di alunni che si opponevano tra loro in un gioco di suoni e movimenti che si sviluppavano fino a diventare dei veri e propri esercizi teatrali in cui quei ragazzi sperimentavano una forma di energía per loro completamente nuova, che li portava ad esprimersi in modo vigoroso e soprattutto preciso.

[…] Nel pomeriggio ci preparavamo per rappresentare “El Cuento del Karai”. Lo spazio scenico fu la piazza di ogni comunità, tutte con la stessa struttura, una croce di legno al centro e circondate dalla chiesa, la scuola e le case. Queste piazze sono coperte da un folto prato, un morbido tappeto dove si alimentano asini, vacche e cavalli. Cosí la prima cosa che dovevamo fare come preparazione, era pulire lo spazio scenico dagli escrementi degli animali. Poi lo delimitavamo con pietre affinchè gli spettatori si accomodassero in semicerchio, cosa che, specialmente quando recitavamo di giorno, non era tanto facile da ottenere, perchè molti arrivavano con sedie proprie e pretendevano guardare lo spettacolo da lontano o si sistemavano dietro gli attori. Ci voleva tempo e pazienza per convincerli a disporsi tutti insieme davanti alla scena, e che era importante la vicinanza del pubblico “per la buona riuscita dell’evento”.

[…] La parrocchia di San Antonio ci offrí uno spazio per lavorare nel centro giovanile, e il municipio collaborò con un piccolo gruppo elettrogeno.

La collaborazione della parrocchia si ebbe grazie e tre suore francescane brasiliane che lavorano a Lomerío da marzo del 2000. Il prete è un polacco apatico che non sa niente. Ha un’atteggiamento “anti Concilio Vaticano II” e ci considera praticamente degli “agitatori”. Però le tre suore (che non indossano il velo e sono apertamente progressiste) insistettero affinchè la chiesa ci desse un posto per fare il laboratorio. Il prete finì per accettere di malavoglia imponendo la condizione che nessuno degli alunni doveva mancare alla messa quotidiana delle 19:30. E che se ciò accadeva, ci avrebbe cacciato immediatamente.

In questo secondo laboratorio il nostro obbiettivo era offrire una specie di iniziazione allo studio del teatro ad un gruppo ristretto di giovani. Volemmo far vedere la vita rigorosa agli alunni affinchè non avessero dubbi che si trovavano lì per studiare in un modo diverso. Chi non rispettava la disciplina e le regole etiche del lavoro figurava automaticamente di fronte agli altri come qualcuno che non era in armonia con l’ambiente che si creava ogni giorno, e finiva per ritirarsi spontaneamente dal gruppo.

Solo una volta dovemmo prendere l’iniziativa di allontanare un alunno che sembrava completamente impermeabile a qualsiasi stimolo. Rimaneva solo per approfittare della colazione, del pranzo e la cena gratuite. Disturbava il lavoro oltre a corteggiare una delle poche ragazze che avevamo nel gruppo.

Così, nella misura in cui si sviluppavano gli esercizi fisici e vocali, le improvvisazioni sceniche, e soprattutto gli esercizi che affrontavano il probelma della lingua parlata e la lettura di testi, il gruppo si rimpiccioliva. Completarono le due settimane solo coloro i quali, in modi e gradi diversi, avevano compreso che gli si stava mettendo a disposizione uno strumento di conoscenza e di espressione.

Il lavoro con le maschere fu un’altro dei punti centrali dell’allenamento, e dette dei risultati davvero sorprendenti. Ci furono improvvisazioni con momenti degni di attori professionisti.

[…] Noi, come antichi commedianti che vanno di villaggio in villaggio con la sola speranza di riuscire ad accendere una scintilla di ribellione spirituale nella coscienza di una ogni mille persone, abbiamo la fortuna di poter giocare con i bambini Chiquitanos, che posseggono un’indipendenza, una curiosità, un’apertura ed intelligenza nello sguardo, davvero straordinarie. Ma allo stesso tempo siamo testimoni di come questa forza, questo limpido desiderio di conoscere e svilupparsi d’accordo alle leggi che governavano la vita dei loro antenati, quella luce di vita che ancora si riflette nei loro sguardi, e che è prematuramente e completamente già scomparsa dallo sguardo del figlio dell’impresario di Santa Cruz, scompare, magari un po’ più tardi, anche dagli occhi del figlio del chiquitano.

Ai diciott’anni la maggior parte dei giovani di Lomerío già non ha curiosità o interessi al di là del divertimento spiccio con alcool e sesso, del calcio, del procurarsi qualsiasi lavoro che gli assicuri un minimo di denaro per la sussistenza e, con un po’ di fortuna, trasferirsi alla città. Sono usciti da una scuola che invece di insegnar loro ad esprimersi, li ha in gran parte abbrutiti, e i loro interessi culturali non possono andare più in là della musica spazzatura che si produce, si vende e si trasmette massivamente in ogni angolo del paese, e della stessa immondizia televisiva di cui si serve il sistema per ingannare la gente con “falsi miti di progresso” (tanto per citare opportunamente una frase della famosa canzone di F. Battiato: Up Patriots To Arms).

[…] […] Per quanto riguarda la partecipazione delle donne, si presentarono al laboratorio solamente quattro ragazze e furono tutte ammesse nonostante che nessuna di loro risultò sufficientemente dotata per passare la selezione. Non avevamo altra scelta se volevamo lavorare con donne, cosa che consideravamo fondamentale. Una di loro, Graciela, era l’unica che sembrava godere di una certa indipendenza familiare ed aveva partecipato al laboratorio del 2000. Però questa volta lasciò il gruppo dopo i primi dieci giorni dicendoci che quello che facevamo adesso era troppo difficile per lei.

[…] Abbiamo la prova che molte ragazze di Lomerío erano curiose e desiderose di iscriversi al laboratorio, ciononostante per una donna lì, è impensabile partecipare ad una attivitá tanto aliena ed “esibizionista” come il teatro appare ai loro occhi. A Lomerío ci chiamano “los payasos” (i pagliacci) e per i padri di famiglia una donna chiquitana non può esibirsi come pagliaccio. La donna chiquitana è completamente al servizio dell’uomo, che di fatto la possiede come proprietà, moglie o figlia che sia. Anche nella scuola, le ragazze hanno meno possibilità di diplomarsi, molto spesso i genitori le ritirano dopo le elementari o nel migliore dei casi dopo le medie, poichè considerano sufficente che le loro figlie abbiano imparato un po’ a leggere e scrivere.

Parlammo molto di questo problema con le tre suore brasiliane, le quali ci dicevano che quello è il problema e la sfida più grande che devono affrontare nella loro missione evangelica, perchè si rendono conto che la vecchia ortodossìa cattolica ha buona parte della responsablità di tutto quel maschilismo sfrenato che così tanto contribuisce adesso ad ostacolare lo sviluppo di una migliore educazione sociale e religiosa in quelle comunità. Ci consigliavano di non preoccuparci troppo per il fatto di non avere alunne, e ci incoraggiavano a continuare a fare spettacoli per la gente affinchè, specialmente le donne, vedessero recitare le nostre attrici e si abituassero sempre di più all’idea che non solo al di fuori del microcosmo a loro conosciuto, bensì anche tra la loro gente, la donna può essere artista e rompere pregiudizi.

Decidemmo di utilizzare direttamente uno degli esercizi con la musica che avevamo praticato durante il laboratorio. Consiste fondamentalmente nel cercare di ascoltare la musica con il corpo, senza coinvolgere la mente alla ricerca di forme di danza. Ció serve nell’allenamento per aiutare l’attore ad aprire i suoi sensi verso un’attenzione fisico/sensoriale, che gli permette di ascoltare e reagire organicamente a tutti gli stimoli esterni, come condizione indispensabile per creare una presenza viva in scena.

L’esercizio ha diverse varianti e si può fare utilizzando degli oggetti: bastoni, pezzi di stoffa o palle, attraverso il cui movimento non premeditato, l’attore deve lasciare che la musica si esprima nell’oggetto insieme al corpo. Se questo esercizio si realizza correttamente, crea di fatto una danza libera che può essere molto bella ed espressiva.

[…] Cercar di portare e di praticare il teatro tra le comunità indigene è un cammino fatto di intuizioni, difficoltà materiali, tentativi, contraddizioni, fallimenti e successi quasi invisibili, perchè si agisce essenzialmente nella sfera dello sviluppo individuale delle persone coinvolte. Se non si comprende ed accetta ció, è difficile per qualsiasi osservatore esterno condividere la filosofia di questa ricerca e situarla nella realtà che si vive in Bolivia, in America Latina e nel mondo intero.

Fiore Zulli

Artícolo pubblicato in “CONJUNTO” No. 129 (Revista de teatro latino americano) Casa de las Americas – La Habana, Cuba, septiembre de 2003


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